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Guida di Todi

...per primo fondò la città di Todi il fratello del re di Chiusi...Fuggendo quello da queste parti alla ricerca di proprie mura, credette opportuno costruirle su un colle che si chiamava Collemezzo. Ma apparve qualche cosa di meraviglioso che fu ritenuto un augurio. Comparve infatti un'aquila che teneva sotto le ali due aquilotti di colore diverso e differenti dalla madre che sorreggeva con gli artigli una piccola tela, che distese su una montagna, e lì ritennero che andavano fatte le prime fondamenta delle mura
Così Quirino Colono narrava nella sua Historia Tudertina le leggendarie origini della città ed a questa bella leggenda si ispirarono i todini dalla metà del ‘200 per creare le insegne del libero comune medievale rappresentate appunto da un’aquila che tiene negli artigli un drappo e nelle ali spiegate due aquilotti che alludevano ad Amelia e Terni fortemente legate da patti federativi alla città dominante sottoscritti rispettivamente ne 1208 e nel 1217.
Furono gli antichi umbri, una popolazione che occupava la parte dell'Italia centrale situata ad est del Tevere a creare tra l’VIII ed il VII secolo a C. un primo insediamento che chiamarono TUTERE, cioè città di confine fra il territorio etrusco collocato sul lato destro del sacro fiume e quello umbro, come conferma Plinio nella Naturalis historia .
Intorno alla fine del IV secolo a C. la città fu conquistata da Roma e come sua alleata partecipò nel 217 alla battaglia del Trasimeno contro Annibale. Al tramonto del periodo repubblicano divenne COLONIA JULIA FIDA TUDER; dal periodo arcaico Todi (Tuder per i latini) battè moneta propria, ma le maggiori testimonianze architettoniche risalgono al periodo imperiale quando il territorio venne aggregato secondo la riforma augustea alla tribù Clustumina ed elevato al rango di municipium retto dalla classe decurionale.
Poco si sa del cosidetto periodo barbarico quando la città visse protetta dal primo e dal secondo cerchio delle sue possenti mura sotto le quali a suo tempo, stando a Silio Italico, si arrestò persino l’esercito vincitore di Annibale. Già sul finire del XII secolo ebbe inizio una nuova espansione territoriale che in poco più di cento anni riportò il dominio di Todi sui confini dell’antico municipio romano, dapprima retto da un regime consolare, poi sotto podestà e capitani del popolo di chiarissima fama.
Il territorio comunale si estese dal lago e castello di Alviano a sud, al Piano dell’Ammeto presso Marsciano a nord, dalla cresta dei Monti Martani (come ricorda un placito del re longobardo Desiderio e del papa Paolo I del 760) ad oriente, alle Gole del Forello alte e minacciose sul Tevere ad occidente.
Nel 1244 anche i tre borghi sorti sotto l’impulso delle nuove classi artigianali, vennero protetti da una nuova cerchia di mura con un perimetro di circa quattro chilometri, con porte e bastioni che ancora oggi si possono ammirare quasi intatti.
Perduta l'autonomia comunale nel 1367 a favore dello Stato della Chiesa, l’autorità civile e politica di Todi cominciò lentamente, ma inesorabilmente a decadere passando da una signoria all'altra (Tomacelli, Malatesta, Braccio Fortebracci da Montone, Francesco Sforza, ecc.) . La sua popolazione, che un censimento del 1290 documentava in circa 40.000 anime, si ridusse di oltre la metà a seguito delle pestilenze che afflissero quasi tutta l’Italia a partire dal 1348 e fino al 1527, come ci ricorda una censimento del 1571 voluto dal vescovo Angelo Cesi, ultimo di questa grande famiglia a salire sulla cattedra episcopale tudertina (1566-1606).
Nepote di cardinali che lo precedettero in questa diocesi ininterrottamente dal 1523 e zio di Federico II° fondatore dell’Accademia dei Lincei nella vicina Acquasparta, già territorio di Todi, Angelo fu amico e protettore dei più importanti artisti del suo tempo molti dei quali chiamò in questa città che trasformò radicalmente a sue spese allargando vie per bonificare interi quartieri (Via Cesia o della Piana) o restaurando antiche fontane (Fonte Cesia). Grazie a lui Todi visse uno dei più alti periodi di splendore e si abbellì di nuovi palazzi che ancor oggi ne costituiscono la sua fisionomia caratteristica.
Urbanisticamente, all’interno delle mura castellane, la città è rimasta pressochè identica, come appare in una preziosa stampa di Giacomo Lauro del 1633, né valse ad alterarne la fisionomia la lenta burocrazia papale, né le rivoluzionarie idee venuta dalla Francia sul finire del XVIII secolo. Anzi, la riforma dell’agosto 1809 degli Stati Romani, che portò alla costituzione dei due grandi Dipartimenti del Tevere e del Trasimeno con sede a Spoleto, mise Todi a capo di un vastissimo Circondario che comprendeva i cantoni di Amelia, Orvieto, Acquapendente, Ficulle, e Marsciano con territorio che si estendeva dal lago di Bolsena, alla Sabina, ai confini di Perugia e che era retto da una Sottoprefettura di 1ª classe. Durante la Restaurazione e fino all’Unità d’Italia molti todini seguirono le nuove idee libertarie entrando a far parte di società segrete quali la Carboneria e la Giovine Italia.
Nel luglio del 1849 Todi accolse per tre giorni Giuseppe Garibaldi fuggiasco dalle macerie della Repubblica Romana e braccato dalle milizie papali ed austriache. Qui la moglie Anita ormai presa dalle doglie del parto che la condusse di lì a poco a morte nelle paludi di Comacchio, abbandonò la sua sella argentina , oggi custodita nel museo comunale, per sostituirla da un’altra più comoda donatale da un artigiano sellaio. Il grande cipresso che svetta su Piazza Garibaldi al centro della città fu piantato in quell’occasione. Da quel momento e fino alla terza guerra d’Indipendenza molti todini indossarono la camicia rossa, molti furono imprigionati, molti morirono sui campi di battaglia...
La visita alla città può iniziare dal magnifico tempio di S.Maria della Consolazione, situato al termine di un lungo viale alberato di cipressi ed ippocastani, provenendo dall'antico convento di Montesanto per la Strada statale Orvietana. Fu costruito fra il 1508 ed il 1607 su disegno quasi certo del Bramante ed ebbe come capomastri ed architetti numerosi artisti, da Cola da Caprarola, a Baldassarre Peruzzi, al Sanmicheli, ad Ippolito Scalza, ecc. Salendo verso il centro della città lungo la cosidetta Curva delle Cerquette alberata con pini, dopo avere oltrepassato i giardini pubblici, al termine di via Augusto Ciuffelli, sulla destra, si nota il monumento a Jacopone da Todi. A fianco, un'ampia scalinata disegnata nel 1914 dall'architetto Cesare Bazzani, prepara il visitatore alla vista dell'imponente facciata del tempio di S. Fortunato. Al suo interno in una cripta centrale il vescovo Cesi fece collocare nel 1596 le spoglie di Jacopone ed in un sacello isolato quelle dei santi protettori della città: Fortunato, Callisto, Cassiano, Degna e Romana. A sinistra della chiesa si trovano l'Archivio e la Biblioteca comunali, mentre a destra si incontra in Piazza Pignattara, un bellissimo chiostro quattrocentesco che prepara il visitatore all'ingresso di quello che un tempo fu il convento dei minori osservanti ed oggi è sede del liceo classico ad orientamento linguistico "Jacopone da Todi". Continuando a sinistra verso la Rocca si nota una ex cisterna romana chiamata il Carcere di S. Cassiano in quanto si pensa che qui sia stato imprigionato ed ucciso nel 304 d. C. il santo vescovo. Si arriva così al Parco della Rocca (411 metri s.l.m.) dove nel periodo romano sorgeva un tempio dedicato a Giove trasformato in fortezza nel 1373 di cui oggi si ammira l'imponente Maschio a forma circolare. Dal piazzale si aprono una serie di viali e vialetti fortemente alberati con tigli, ippocastani e pini. Da uno di questi, detto delle Piaggiole si giunge a Porta Libera, facente parte del secondo cerchio delle mura. Terminato il percorso della cosiddetta passeggiata della Rocca, scendendo per le scalette di via di San Fortunato si giunge ad una piazzetta dove si ammira la bella facciata della chiesetta, oggi sconsacrata, SS.Filippo e Giacomo, completamente restaurata e destinata ad ospitare mostre d'arte. Da via LorenzoLeoni si torna in piazza Jacopone e di qui per Via Mazzini, un tempo via della Salara, alla Piazza Grande.
Proseguendo verso la piazza principale si incontra il Teatro Comunale, edificato dal 1869 su disegno dell'architetto aretino Carlo Gatteschi ed inaugurato nel 1876 con l'opera verdiana Un Ballo in Maschera. Eccoci ora sulla Piazza del Popolo, su cui si affacciano i simboli del potere civile, i Palazzi del Popolo (ante 1213), del Capitano (1292) e dei Priori (1339-1347), e, sul versante opposto il simbolo del potere religioso, la Cattedrale (XI sec.), ora divenmuta concattedrale insieme con il Duomo di Orvieto a seguito della unificazione delle due diocesi.
All'ultimo piano dei Palazzi Comunali è situato il Museo e al di sotto della piazza si trovano le cisterne romane. A sinistra della cattedrale si possono ammirare le belle linee architettoniche del il Palazzo Vescovile, voluto e finanziato dal vescovo Angelo Cesi ed ultimato intorno al 1593. Continuando ancora sulla sinistra per via Paolo Rolli si giunge al Monastero delle Lucrezie, costruito nel 1426 da donna Lucrezia della Genga per ospitarvi le terziarie francescane. Tornando sulla piazza principale per la via del Vescovado si trova, lungo la via del Seminario il Palazzo Landi Corradi, detgto anche del Vignola a causa del portale che sembra doversi attribuire a questo artista. Adiacente alla Piazza del Popolo o Piazza Grande si trova la piccola piazza Garibaldi, così chiamata dalla statua dell'eroe dei due mondi che si erge al centro ed un tempo detta dei Santi giovanni e Paolo per via di una basilica fatta demolire da Bonifacio VIII nel 1298. Qui si affaccia il cinquecentesco palazzo di Viviano degli Atti iniziato nel 1552. Scendendo per corso Cavour sulla destra si ammira la Fontana Cesia, fatta costruire nel 1606 dal vescovo Angelo Cesi e subito dopo la Porta Marzia, che fa parte del primo cerchio delle mura. Più avanti sulla Piazza del Mercato Vecchio si osservano i resti dei Nicchioni Romani possente opera di sostruzione in travertino bianco realizzata per contenere il versante orientale del colle di Todi.
Un viale alberato da ippocastani detto di San Filippo o della Fabbrica conduce alla circonvallazione orientale porta alla chiesa Sant' Ilario, costruzione del XII secolo che ospitò pre brevissimo tempo anche il capitolo della cattedrale. Poco distante, sulla sinistra, si trova la Fontana di Scarnabecco (o Scannabecco), dal nome del podestà messer Scarnabecco (o Scannabecco) da Bologna che nel 1241 la terminò. Proseguendo ancora si giunge alla chiesa di S. Prassede (XIV sec.) dalla caratteristica facciata a ricorsi trasversali di pietra bianca e rossa. Dalla chiesa si può salire a sinistra lungo la via S.Prassede per tornare al Duomo ed alla Piazza Grande; scendendo a destra, oltrepassata la Porta romana di Santa Prassede, si giunge alla suggestiva Porta Perugina, che fa parte del terzo cerchio delle mura. Tornati in Corso Cavour, proseguendo per via Roma al bivio precedente la medievale Porta Catena si può percorrere sulla destra la via di Santa Maria in Cammucia per giungere alla graziosa chiesa omonima sede dalla fine del XIV dell'Ordine dei domenicani. Al suo interno si conserva una preziosa statua lignea del XII sec. denominata "sedes sapientiae" rappresentante la Madonna con il Bimbo in grembo Quasi al termine della discesa si situa la chiesa di S.Giorgio, ed infine Porta Amerina, o Porta Fratta, risalente al XIV sec. Poco distante, si possono visitare la romanica chiesa di S.Stefano e le fontanelle di S. Arcangelo, facenti parte del primo monastero francescano in Todi.
Costeggiando le mura verso est, si arriva a Porta Romana, che appartiene al periodo medievale. Al suo interno, lungo via Ulpiana, troviamo la chiesa del XV sec. dedicata a S.Filippo Benizi, già di Santa Maria delle Grazie e, di fronte, la chiesa del XIV sec. di S.Nicolò. La via sulla destra della facciata di questa conduce ai ruderi dell'anfiteatro romano e alla romanica chiesa di San Nicolo de Criptis, dipendente dai benedettini dell'Abbazia di Sassovivo in Foligno e documentata fin dal 1093. Fuori dalle mura nella zona detta di Piobica, si trova il tempio del SS. Crocefisso, opera a croce greca dell'architetto Valentino Martelli voluto dal vescovo Angelo Cesi per onorare una antica edicola con un'antica maestà con l'immagine di una Crocifissione. Scendendo verso la E45 e dopo il bivio di Ponterio si arriva dopo pochi chilometri al lago di Corbara, che si può raggiungere percorrendo la via Orvietana subito dopo il tempio della Consolazione, e, al termine di un lungo viale alberato il convento di Montesanto, già Monte Mascarano (cioè, in idioma longobardo, Monte delle streghe), affidato dapprima alle Damianite franscescane e poi ai minori dell'Osservanza.

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