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Il card. Stanislaw Dziwisz, arcivescovo di Cracovia, ha ricordato il beato Giovanni Paolo II, del quale fu segretario per ben trentanove anni

La testimonianza del card. Dziwisz ha aiutato i presenti a capire ancora meglio come – al di là dei numeri di pontificato lungo 27 anni – non è possibile comprendere Giovanni Paolo II escludendo la preghiera, il suo rapporto con la Parola di Dio, la sua devozione alla Madonna e allo Spirito Santo.

la barbabietola

Spoleto, 23/10/2012

«Ti ho servito tanti anni, ora tu, dal Cielo, aiuta me. E vi garantisco che lo fa». Con queste parole rivolte al beato Giovanni Paolo II, il suo storico segretario Stanislaw Dziwisz, oggi cardinale e arcivescovo di Cracovia in Polonia, ha chiuso, lunedì 22 ottobre, il suo intervento a Spoleto, ospite dell’iniziativa culturale della Diocesi “Dialoghi in città”. La grande chiesa di S. Domenico era gremita e Dziwisz è stato accolto da un lunghissimo applauso. Gli onori di casa sono stati fatti dall’arcivescovo Renato Boccardo. Nel ringraziare il Cardinale per la sua presenza a Spoleto, il Presule ha ricordato la felice coincidenza di questo avvenimento: il 22 ottobre del 1978, infatti, Giovanni Paolo II presiedeva la Messa in Piazza S. Pietro per l’inizio del suo pontificato e pronunciava la frase divenuta colonna portante del suo ministero petrino ed entrata nella storia: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!”. E proprio il 22 ottobre la Chiesa ricorda la memoria liturgica del beato Giovanni Paolo II.
Il card. Dziwisz nell’avviare la testimonianza sul Papa polacco, ha espresso la sua gioia per essere a Spoleto: «è davvero una bella città, piena di storia». Poi, ha ricordato l’amicizia con mons. Boccardo: «per un lungo periodo abbiamo svolto insieme il nostro servizio al Papa, io come segretario, lui come organizzatore delle Giornate Mondiali dei Giovani prima, e dei viaggi poi. Posso dirvi che Giovanni Paolo II voleva molto bene al vostro Arcivescovo».
Con un timbro di voce molto simile a quello di papa Wojtyla, particolare sottolineato anche dalla maggior parte dei presenti, Dziwisz ha iniziato a sfogliare l’album dei ricordi partendo dall’8 ottobre 1966. «Quel giorno – ha detto – ricevetti un invito dal mio arcivescovo di Cracovia, cardinale Karol Wojtyla. Avevo 27 anni. Mi chiese di diventare suo segretario personale. Partiva quel giorno l’avventura più importante della mia vita. Sono stato con lui per trentanove anni: dodici a Cracovia e ventisette in Vaticano». Il Porporato ha descritto il tempo dell’episcopato di Wojtyla in Polonia: c’era la dittatura ateistico-comunista e la Chiesa era l’unica forma di opposizione, la sola che garantiva i diritti delle persone. «L’Arcivescovo irradiava pace e gioia spirituale. Cercava sempre la “sua” gente, specialmente i giovani. La sua giornata era scandita dalla preghiera. Leggeva molto, ma quando doveva scrivere gli interventi lasciava tutto, libri compresi, si ritirava in cappella con penna e fogli e “produceva” discorsi, omelie e altro. L’unica fonte era Cristo e la sua Parola».
«Il 16 ottobre 1978 – prosegue il Cardinale - è accaduto l’imprevedibile: Karol Wojtyla fu eletto Papa. La sera stessa mi fece chiamare, mi disse “guarda cosa mi hanno fatto” e mi chiese di restare con lui». Per i due uomini venuti dalla Polonia cambiò la vita, ma rimase il sodalizio: uno Papa a 58 anni, l’altro suo segretario a 39. «Giovanni Paolo II – ha ricordato il card. Dziwisz – era in grado di capire il mondo contemporaneo, le sue sfide, le sue opportunità e i suoi pericoli. È noto a tutti il suo contributo per la fine del comunismo in Polonia e negli altri Stati dell’Europa centrorientale. Eppure non era un politico e non aveva armi: disponeva solo della Parola evangelica. Disponeva di una visione ampia della realtà ed era convinto che solo in Dio l’uomo trova il senso della vita. Operava con la sua personalità, con il suo entusiasmo evangelico, con la sua figura aperta. Cercava tutte le occasioni per arrivare all’uomo, particolarmente ai giovani. Si è consumato per Cristo. Negli ultimi sette anni ha evangelizzato con la debolezza e la sofferenza. Ha servito la Chiesa sino alla fine, pur rimanendo senza parola». Commovente il ricordo dell’ultimo giorno di vita del Papa: «Nell’appartamento papale – dice - regnava una grande pace. Al mattino ho presieduto la Messa e Giovanni Paolo II ha concelebrato. Al termine ha salutato uno ad uno i suoi più stretti collaboratori. Nel pomeriggio ha chiesto di essere lasciato tranquillo ed ha voluto ascoltare il Vangelo di Giovanni per prepararsi alla morte. Ho di nuovo presieduto la Messa, quella della Divina Misericordia, il Papa prese il viatico e, mentre il sacerdote leggeva il nono capitolo del Vangelo di Giovanni, è passato alla vita eterna».


 
 


 

 
 
   

 

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