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Pietro Lorenzetti, Trittico, Gubbio, Palazzo Ducale

 
     

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Gubbio al tempo di Giotto

Circa 80 opere realizzate tra la fine del ‘200 e l’inizio del ‘300 esposte in tre sedi. La mostra è visitabile fino al 4 novembre

Carlo Roberto Petrini

Gubbio, 22/09/2018

Un percorso d’arte straordinario. I luoghi dell’ampia esposizione di Gubbio sono affascinati e ricchi di storia. L’Umbria in questo periodo accoglie rassegne d’arte dedicate alla scultura e pittura medievale di grande interesse. La rassegna eugubina, come le esposizioni di Trevi, Montefalco e Spoleto, ci fa cogliere la grande rivoluzione artistica che avvenne nelle Basiliche di Assisi operata da Giotto che portò la pittura alla tridimensionalità, alla narrazione, alla rappresentazione dei sentimenti e allo studio dei tratti fisionomici e come disse Cennino Cennini: “…rimutò l’arte del dipingere di greco in latino”, ossia da un linguaggio bizantino ad un linguaggio romano, legato alla classicità. Ecco all’ora in questo lungo viaggio che porta da Gubbio alla “sinistra del tevere”, possiamo vedere opere di artisti spesso anonimi che seppero sintetizzare “uno stile artistico che parte dalla grande rivoluzione di Giotto ad Assisi ma che si declina in senso particolare, costruendo leggi proprie”.
La mostra "Gubbio al tempo di Giotto. Tesori d'arte nella terra di Oderisi”, a cura di Giordana Benazzi, Elvio Lunghi ed Enrica Neri Lusanna, studiosi di prim’ordine, offre tramite un corpus di circa 80 opere il vivace panorama culturale della città di Gubbio nel periodo compreso tra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento. In questa Città operò quell’Oderisi da Gubbio che Dante nel Purgatorio, dove sono puniti i superbi, così ce lo descrive: “Oh!”, diss'io lui, “non se' tu Oderisi, l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte ch'alluminar chiamata è in Parisi?”. E il miniatore di rimando “più ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; l'onore è tutto or suo, e mio in parte”. E a Oderisi da Gubbio Dante mette in bocca questi celebri versi: “Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura”.
I curatori della mostra hanno pensato bene di dare una lettura completa del periodo, presentando dipinti su tavola, sculture, oreficerie e manoscritti miniati. Favorendo nuove attribuzioni e nel contempo definendo le fisionomie di grandi artisti come Guido di Pietro, che Elvio Lunghi indentifica con il Maestro delle Croci francescane e il Maestro Espressionista di Santa Chiara con Palmerino di Guido, “Guiduccio Palmerucci”, che con Giotto, nel 1309 ad Assisi, dipinse le pareti di due cappelle di San Francesco, per poi tornare a Gubbio e affrescare la chiesa dei frati Minori e altri edifici della città. Infine, Mello da Gubbio, protagonista della scuola eugubina dopo la metà del XIV secolo. L’esposizione presenta anche dipinti restaurati per l’occasione, opere disperse nel corso della storia. E’ anche l’occasione per ammirare opere ritornate in “patria”, oggi sparse nei maggiori musei del mondo.
“Dai documenti d'archivio e dall'aspetto delle Madonne e dei Crocifissi appesi alle pareti dei musei- spiegano i curatori della rassegna -risulta come fossero originari di Gubbio i pittori che si affiancarono a Giunta Pisano, poi lavorarono accanto a Giotto e infine a Pietro Lorenzetti, per rivestire d'immagini variopinte il capolavoro che aprì le porte dell'arte moderna nella chiesa eretta sopra la tomba del santo di Assisi. Tornati in patria, quei pittori, che erano stati coinvolti nella nuova lingua di Giotto e di Pietro Lorenzetti per un pubblico di papi e cardinali, si cimentarono con un piglio raffinato nello stile e popolare nell’aspetto illustrativo, per farsi intendere anche da un pubblico di fabbri e di maestri di pietra. Si parlò allora a Gubbio la lingua della lauda assieme alla lingua della Commedia”.
La mostra, accompagnata da un corposo catalogo, edito da Fabrizio Fabbri editore, si può vedere fino al 4 novembre ed è allestita in tre sedi: il Palazzo dei Consoli, il Museo Diocesano che sorge accanto alla chiesa cattedrale e il Palazzo Ducale, che nacque come sede del Comune e finì per essere la residenza di Federico da Montefeltro, signore di Urbino.


 
 


 

 
 
   

 

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