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Capolavori del 300 Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appenino: opere d’arte per la liturgia e la catechesi

Una mostra e itinerari negli edifici sacri medievali per i quali furono realizzate le opere. Ora esposte nella bellissima, affascinante e diffusa rassegna d’arte “Capolavori del Trecento. Il cantiere di Giotto, Spoleto e l’Appennino”, dagli orizzonti nazionali ed internazionali.

Carlo Roberto Petrini

Trevi, 27/06/2018

La rassegna, curata con estremo rigore scientifico da Vittoria Garibaldi e Alessandro Delpriori, si potrà vedere dal 24 giugno al 4 novembre 2018. Sessanta le opere sparse in quattro sedi: Trevi Chiesa di San Francesco, Spoleto, il Museo diocesano-Basilica di Sant'Eufemia, il Museo nazionale del Ducato e Montefalco, il Complesso museale di San Francesco.
Un viaggio tra le meraviglie dell’arte medievale, che in questa ampia zona ha prodotto capolavori eccellenti, realizzati da straordinari artisti, come il maestro di Fossa, personalità altissima capace di muoversi a valle della cultura di Giotto. Del quale ammireremo la "Madonna di Fossa" dal Museo Nazionale d'Abruzzo dell'Aquila, il "Trittico Bohler" dall'Alana Collection di Newark (Usa) e il pentittico raffigurante La Passione di Cristo, capolavoro assoluto dell’artista che oggi illustra l’appartamento Pontificio di rappresentanza in Vaticano. Si potrà vedere nella sua stupefacente bellezza nella Chiesa Museo di san Francesco di Montefalco, dove fu realizzato per l’altare maggiore. Oltre al Maestro di Fossa, l'evento permetterà di ammirare altre significative testimonianze della pittura del Trecento: il "Dittico Cini" proveniente dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia, il "Dittico Poldi Pezzoli" dal Museo Poldi Pezzoli di Milano, opere del Maestro della Croce di Trevi, artista di assoluta valenza artistica. Dal Museo Marmottan Monet di Parigi è giunto il "Dittico reliquiario", mentre dal Victoria and Albert Museum di Londra è arrivato il "Trittico con Incoronazione della Vergine", opere del Maestro di Cesi, altra indiscussa personalità artistica del XIV secolo. Da Scheggino invece partiranno gli itenerari, che condurranno nei luoghi della Valnerina, in cui gli artisti hanno lasciato i segni della loro originale creatività.
Il visitatore sarà a contatto con opere a carattere religioso. Nel medioevo l’arte era prevalentemente religiosa, poiché nella Chiesa l’arte era la prima forma di catechesi; nell’articolo 1 dello statuto della loro compagnia, i pittori di Siena si definivano “manifestatori del sacro”, ossia delle verità di fede agli uomini che non sanno di lettere. Prima ancora, nel 600, papa Gregorio Magno (Roma, 540-604), nella sua Lettera sulle sacre immagini aveva affermato che le immagini sono una Biblia pauperum al servizio degli illetterati: “gli ignoranti vedono nella pittura ciò che devono operare, in essa leggono coloro che non conoscono la lettura”.
Visitando poi gli edifici religiosi del territorio appenninico non sempre si può cogliere l’aspetto medievale della divisione degli ambienti, perché le chiese sono state adeguate tra la seconda metà del XVI e il XVII secolo ai nuovi dettami liturgici della Controriforma, oppure sono state ricostruite e rimaneggiate dopo i forti terremoti avvenuti nel XVIII secolo. Tuttavia è possibile incontrare pievi o sedi monastiche che hanno mantenuto molti caratteri dell’impianto medievale, esempio straordinario è la collegiata di Santa Maria Assunta a Lugnano in Teverina, dove non è avvenuta la trasformazione controriformata dello spazio liturgico che ha portato alla demolizione degli elementi divisori tra altare ed aula. In particolare, gli ordini mendicanti, durante il XIII secolo, favoriranno l’affermazione della Croce dipinta e sagomata raffigurante la nuova immagine di Cristo: il Cristus patiens, l’uomo che mostra la sua sofferenza per la Salvezza dell’umanità, più vicino ai sentimenti della pietà popolare (manifestati dal XIII secolo non solo attraverso l’arte, ma anche con Laude e le sacre rappresentazioni teatrali durante la Settimana Santa). Sopra al tramezzo, infatti, viene innalzata con maggiore frequenza un’immagine dipinta o scolpita del Cristo Crocefisso (Crux de medio ecclesiae), che arriva ad assumere anche una dimensione monumentale (ovviamente in rapporto all’ampiezza dell’edificio), come l’opera del Maestro della Croce di Trevi (1315 ca., 353x229,5cm), poggiante su una trave che attraversa l’abside della chiesa di San Francesco a Trevi. Riguardo all’altare, invece, è con il Concilio Lateranense IV (1215), che si acquisì il riconoscimento della dottrina della transustanziazione. Il cambiamento di posizione del sacerdote, che passò dal celebrare la messa rivolto verso i fedeli, al farlo volgendogli le spalle, determinò l’introduzione della pala dipinta (oppure, più raramente, in bassorilievo o scolpita) a decorazione dell’altare, allestita insieme - oppure in alternativa - al paliotto applicato sulla parte frontale dell’altare (oppure su tutti e due i lati maggiori, come nel celebre paliotto di Volvinio in Sant’Ambrogio a Milano, 824 - 859), e cito la rarissima opera che il Maestro di Cesi che ha licenziato nel 1308 per Santa Maria di Ponte, frazione di Cerreto di Spoleto, raffigurante Cristo tra due angeli, nell’atto di benedire, gli apostoli, gli evangelisti e i santi (Spoleto, Museo Diocesano). La nuova posizione del celebrante comportò la parziale copertura del paliotto, favorendo l’introduzione della pala d’altare, sia essa mariana, cristologica, oppure agiografica. Infine, nel vasto territorio dell’ex Ducato di Spoleto, che va da Spoleto all’Aquila, toccando Rieti, Teramo e Ascoli Piceno, soprattutto nelle chiese minori, fiorisce la tradizione del tabernacolo monumentale con ante apribili dipinte e istoriate, che al suo interno proteggeva - solitamente - una statua della Vergine col Bambino, oppure del santo/a titolare dell’edificio. In mostra si può vedere il tabernacolo cristologico della Madonna di Pale, del Maestro di Cesi (Foligno, Museo Diocesano), e agiografico, dedicato a santa Caterina d’Alessandria, dello stesso maestro (Spoleto, Museo Diocesano). Questi preziosi simulacri nati dalla collaborazione tra intagliatori e pittori (o dall’attività di botteghe polimateriche), raccontano la religiosità di genti profondamente radicate alla loro terra, come alla trascendenza del Sacro.

 
 


 

 
 
   

 

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